| Pubblicato su: | Il Giornale d'Italia, anno VII, fasc. 40, p. 3 | ||
| Data: | 9 febbraio 1907 |

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A qual punto si trova la cultura nel nostro paese? Dopo le fanfare del risveglio nazionale, dopo i patti della luce, dopo gli eccitamenti, non ultimo banditore fu il nostro giornale, si è alzato lo standard of live intellettuale? Vi è in Italia un'ascensione della vita del pensiero non inferiore a quella manifesta e fortunata della vita economica?
Giovanni Papini, con la balda, ardita indipendenza di giudizi propria al suo temperamento giovanile e vivace di scrittore, risponde alle domande e pur tra qualche riserva e parecchi paradossi originali, arriva a una conclusione affermativa. Ma la conclusione sarebbe di tanto conforto, che gli sembra quasi di esagerare e si ferma titubante. Anche in questo dubbio vi è del bizzarro. Ma i lettori gliene saranno grati ugualmente. Chi ama teme.
Questi bravi italiani diventano inquietanti. La loro psicologia va cambiando con insolita rapidità. Fra qualche anno, nei libri sull'anima dei popoli, il figurino dell'italiano dovrà esser disegnato e colorato a nuovo. Eravamo, secondo l'opinione dei più, poeti e assassini, amanti e briganti, musici e machiavellici e ora stiamo diventando, mi pare, pensatori e galantuomini, fabbricanti di automobili e di libri di morale, speculatori in borsa e in politica imbecilli.
Una soltanto di queste nuove qualità e professioni mi fa stupire - quella di pensatori. Io posso prevedere il duomo di Milano convertito in cotonificio o il mastio di Volterra in museo di etnografia, ma non riesco a immaginare il popolo d'Italia dibattersi nella metafisica, addentrarsi nella psicologia, turbarsi dinanzi ai problemi religiosi.
Per quanto i candidi hegeliani di Napoli abbiano cercato di farci credere che la filosofia tedesca è nata nel mezzogiorno d'Italia e che Hegel non ha fatto altro che svolgere Bruno, io non so vedere in qual tempo gli italiani abbian preso sul serio la filosofia. Nel Rinascimento i nostri filosofi hanno ricamato sui greci, nell'ottocento sui tedeschi, ma il «pensiero puro» non è frutto naturale dei nostri paesi e soltanto l'imitazione e le serre dell'Università l'hanno fatto importare e fiorire. Se c'è una filosofia italiana bisogna cercarla nei novellieri o nei politici. Filosofia semplice e realistica la quale arriva naturalmente alle nostre attitudini moderne di agnostici e di glorificatori della vita senza passare attraverso gli inutili tormenti dei problemi che non esistono, delle trappole di parole. Giovanni Boccaccio è il nostro Kant e la sua filosofia ha per epilogo il malinconico ritornello di Lorenzo:
Di doman non v'è certezza.
Epicureismo ingenuo, se si vuole, e privo di grandezza. Filosofia senza profondità, pensiero senza abissi, anime senza turbamenti e incapaci di ascensioni. Siamo d'accordo; ma così è stata l'anima italiana, l'anima italiana comune, fino ai nostri tempi.
Oggi appunto, com'io dicevo, appaiono i segni della metamorfosi. Gli italiani cominciano a pensare o per lo meno a scrivere, a comprare e a leggere libri e riviste di pensiero. E non dico questo cedendo a quel facile egocentrismo che fa supporre universali i cambiamenti dei nostri amici. Questo nascente gusto degli italiani per le creazioni metafisiche, per le teorie di logica o di psicologia, per gli studi di storia e di critica delle religioni si può dimostrare con alcuni di quei fatti che si chiamano, nel dialetto positivista, «obiettivi».
I primi testimoni sono, naturalmente, gli editori e i librai. Se voi consultate i Bollettini dei libri ricevuti dalla Biblioteca Nazionale di Firenze o il Catalogo generale della Libreria Italiana, vi accorgerete che da qualche tempo si pubblicano, in proporzione, meno romanzi e meno versi e, in compenso, più libri di filosofia, di scienza e di religione. Non solo certi grandi editori, come Treves o Hoepli, pubblicano più spesso libri che non rientrano nella così detta «letteratura amena», ma certe case editrici non pubblicano altro che quelli. Le due biblioteche del Bocca di Torino son composte di volumi di scienza volgarizzata e di volumi di pura filosofia e sembra anzi che quest'ultima accenni a prevalere. Il Laterza di Bari fa lo stesso e ha diffuso in Italia bellissimi libri che sono stati molto letti per quanto non fossero romanzi come il «Buddismo» di De Lorenzo e il «Kokoro» di Lafcadio Hearn. E come se ciò non bastasse, ha preso a pubblicare quella collana di classici della filosofia moderna, diretta dal Croce e dal Gentile, della quale son già usciti tre volumi belli e grossi: Hegel, Kant e Bruno. Perfino un principiante editore milanese, il Pallestrini, volendo tentar la fortuna, s'era messo a gettar sul mercato libretti di scienza a uso del gran pubblico. E' chiaro dunque che se questi editori, che son pure, in fondo, uomini d'affari, si mettono a far stampare tante copie di libri destinati a far pensare, sanno che c'è ornai in Italia abbastanza gente che li compra e li desidera. Anche i rivenditori di libri vecchi mi hanno confermato questo miracoloso fatto: essi comprano più volentieri, ora, un libro di Spencer che un romanzo di Zola e dicono ch'è più facile «far andare» dei libri di scienza o di filosofia, purché siano un pò alla moda, che quei famosi romanzi francesi che costituivano, fino a pochi anni fa, fondo più sicuro del loro commercio.
Ma non soltanto i libri rivelano questo rivolgimento d'inclinazioni che va facendosi nella nostra cultura. Le riviste, organi più liberi e più personali e, in buona parte, indipendenti da case editrici e da interessi commerciali, ci mostrano il fiorire spontaneo di questo amore improvviso per le questioni spirituali che sembra avere acceso le anime degli italiani. Alcuni anni fa avevamo, e purtroppo abbiamo ancora, due riviste filosofiche serie, una a Pavia e l'altra a Padova, una kantiana o cantoniana e l'altra positivista o ardigoiana. Ma erano, e sono riviste universitarie, noiose, fredde, pedanti, senza vita interna, senza interesse, senza programmi, fatte per decoro professionale, ma pressochè prive di qualsiasi importanza rispetto alla storia del pensiero e della cultura generale d'oggi. Da quattro o cinque anni le cose son cambiate parecchio. La «Nuova Parola» (1902) di Roma, il «Leonardo» (1903) dì Firenze, la «Critica» (1903) di Napoli hanno portato un po' di movimento, di curiosità, di battaglia nel giardino solitario dela filosofia. La «Nuova Parola) sarà troppo carica di zavorra letteraria e spiritualistica, ma ha forzato molti a occuparsi dei problemi dell'anima; il «Leonardo» sarà troppo violento e capriccioso, ma ha spazzato via molti ciarlatani e ha fatto conoscere nuove correnti di pensiero; la «Critica» sarà un po' ristretta e troppo sistematica, ma ha richiamato gli spiriti al grande idealismo germanico e ha reagito severamente contro la cialtroneria e la superficialità degli studi filosofici. E come se queste riviste non bastassero, in questo solo anno 1907 ne son nate insieme altre sei: il «Rinnovamento» di Milano fatto dai giovani cattolici che, si occuperà specialmente di problemi filosofici e religiosi; «Coenobium» di Lugano, rivista internazionale di liberi studi, di cui il primo numero è pieno di articoli che si riferiscono più o meno alla religione; «Prose» di Roma, dove appaiono scritti di filosofi e frammenti di mistici; la «Cultura Filosofica» di Firenze, dove, al di fuori del positivismo e dell'idealismo assoluto, si vuol tener dietro alla vita filosofica europea; le «Pagine Libere» di Lugano, dove i sindacalisti si occupano di filosofi antichi o di religioni moderne; e «Ultra», piccola rivista filosofica dei teosofi romani. Anche le riviste di esegesi e di storia religiosa si moltiplicano: dopo la fortuna degli «Studi Religiosi» di Firenze s'è fondata a Roma la «Rivista storico-critica di scienze teologiche» e la «Rivista di cultura» del Murri è piena, più che di politica, di filosofia della religione.
Ma fatti i libri e compilate le riviste bisogna far leggere e anche a questo si è pensato. L'esempio viene da Firenze, dove una «Biblioteca Filosofica» fondata da soli due anni conta ormai tremila volumi e moltissimi frequentatori. E se non bastano le biblioteche, si pensa già ai conventi laici per offrire agli intellettuali la tranquillità e la calma necessarie per la meditazione, e si propone ora la creazione di un Cenobio libero consacrato alla pura vita spirituale.
Chi riconoscerebbe in tutto questo la vecchia Italia spensierata? Io stesso, per quanto abbia cercato con tutte le mie forze d'incoraggiare i miei compatrioti alla cultura dell'anima, non so persuadermene e non capisco bene ancora se tutto questo movimento verso la riflessione sia veramente sincero o non piuttosto dovuto alla moda e all'imitazione straniera. E se fosse soltanto apparente? Sé a questo aumento di prodotti filosofici corrispondesse un aumento ancor maggiore di prodotti industriali o letterari in modo che la proporzione rimanesse invariata? Allora tutte le prove dell'accresciuto amore degli italiani per la filosofia non sarebbero che resultati indiretti dell'aumento della popolazione!
Questo dubbio mi secca talmente che invoco dalla pietà dei miei concittadini una sufficiente quantità di smentite e di rassicurazioni.
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